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Apac. Un carcere senza carcerieri

La mostra "Dall’amore nessuno fugge. L'esperienza delle APAC in Brasile", esposta al Meeting del 2016, è stata una delle più sorprendenti e visitate della scorsa edizione. La fotografa Marina Lorusso ci ha raccontato l'esperienza che ha vissuto entrando in queste carceri per realizzare il reportage fotografico utilizzato per la mostra.

Nel febbraio del 2013 sono stata inviata dalla Fondazione AVSI a Belo Horizonte per realizzare un reportage delle APAC. L’unica cosa che sapevo è che erano carceri senza guardie e ciò mi sembrava irreale. Non ero mai entrata in un penitenziario e la mia scarsa conoscenza aveva riempito la mente di immagini stereotipate e angoscianti. Le APAC hanno stravolto tutto ciò sin dall’inizio. Ho impiegato un pò a capire che l’uomo che ci aveva aperto il portone d’ingresso era un detenuto. Com’era possibile che avesse le chiavi della fuga e non le usasse? Cos’era quella luce negli occhi e soprattutto perché sorrideva? Quando poi ho oltrepassato il cancello interno sono stata letteralmente colpita da una bellezza inaspettata. C’era un uomo che con cura rastrellava il giardino, mi ha guardato e nei suoi occhi ho visto l’orgoglio dato dalla consapevolezza che ciò che stavo ammirando era anche grazie al suo lavoro. Ho proseguito il giro entrando nel regime chiuso, dove si scontano le pene maggiori. Finalmente avrei visto il vero carcere, ma ancora una volta lo stupore ha avuto il sopravvento. Davanti a me avevo un uomo che teneva nelle mani tatuate il mazzo di chiavi di tutte le celle. Non vedevo armi, non vedevo guardie ma solo uomini che con rigore e serenità svolgevano le mansioni assegnate: c’era chi cucinava, chi faceva il bucato, chi studiava o lavorava. E’ stato a quel punto che mi sono resa conto che neanche per un momento, da quando ero entrata, mi ero sentita a disagio. Quegli uomini mi hanno accolto raccontandomi le loro storie di rinascita e di miracoli che quotidianamente accadono all’interno delle mura. Non ho mai chiesto perché erano in carcere, non era necessario, perché ognuno di loro portava incisa sul volto la propria ferita. Ciò che conta lì dentro è il presente e ciò che ognuno di loro è diventato ora.

Marina Lorusso, fotografa
Stories - Marina Lorusso


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